I RACCONTI DEGLI STUDENTI
SUL PROPRIO TERRITORIO
PERCHÉ SCRIVERE TESTI AMBIENTATI IN VAL TOLLA?
Il Progetto Turisti 2.0 nel Grand Tour dell’Alta Val d’Arda, in linea con le Indicazioni Nazionali per il curricolo della Scuola dell’Infanzia e del primo ciclo d’istruzione (16 novembre 2012), ha stimolato i ragazzi a raccontare fatti immaginari, ma rispettosi del contesto storico documentato, ambientati in Val Tolla, in particolare nelle tappe studiate e conosciute durante le lezioni in classe e le visite guidate, gli stessi luoghi attraversati
dai pellegrini e dai turisti di ieri e di oggi.
Il lavoro di scrittura creativa ha avuto in particolare la finalità di rendere
più consapevole e profondo il rapporto personale, intellettuale
ed emotivo fra ciascun ragazzo e il suo territorio.
Prof. Daniele Solari
diario di viaggio di un pellegrino medievale (1350)
Riferimento: Castell'Arquato
Autori: Brissilda Cara, Juers Karaboja
Nell’ambito dell’antica Val Tolla, il gruppo di lavoro ha scelto di approfondire la Storia del borgo di Castell’Arquato. Gli studenti hanno immaginato che un anonimo pellegrino del secolo XIV fosse giunto in visita nel borgo, annotando nel proprio diario l’aspetto e le caratteristiche del luogo intorno alla metà del Trecento, nel pieno della dominazione viscontea.
Anno Domini 1350, nel giorno di S. Michele, verso il desinare.
Stamattina, al primo albeggiare, ho lasciato la cittadina di Fiorenzuola, seguendo poi il corso dell'Arda, fino a un grande borgo arroccato su di un colle: gli abitanti del luogo lo chiamano Castro Arquato, forse a memoria di qualche antica arcata romana che vi sopravvive.
Ho sentito parlare bene di questo luogo: la gente che lo abita sembra devota e accogliente. Qui potrò recitare le mie preghiere in una delle chiese che troverò nel borgo, ringraziando l’Altissimo per aver protetto il mio viaggio sin qui; poi potrò trascorrere la notte in un hospitale o nella foresteria di qualche cappella.
Anno Domini 1350, nel giorno di S. Michele, all’ora del Vespro.
Dopo aver attraversato le mura di Castro Arquato sono salito verso la sommità del colle, dove ho trovato un grande fortilizio: la gente del borgo lo chiama Rocca Viscontea, perché fu costruita pochi anni or sono dal nobile Luchino dei Visconti, milanese, signore di queste terre.
Di fronte alla piazza della Rocca sorge il Palazzo del Podestà, innalzato circa sessant'anni fa, quando Castro Arquato soggiaceva al dominio piacentino di Alberto degli Scotti, gran condottiero guelfo. In questo palazzo i maggiorenti del luogo esercitano il loro governo su tutto il borgo e sul contado.
Dal Palazzo del Podestà si passa alla vicina Collegiata, che è anche chiesa plebana battesimale, e presenta un grande portico di mattoni aperto sulla piazza civica. La sua facciata, molto semplice ma elegante, si apre invece su una piccola piazzetta che forse costituiva il più antico cuore del borgo, quando ancora non esistevano né il palazzo pubblico né la rocca. Tutta la Collegiata appare costruita con strane pietre, che sembrano fatte di sabbia indurita e di conchiglie: uno dei canonici della pieve mi disse che sono conchiglie di mare, e che nelle montagne intorno a Castro Arquato se ne trovano in gran numero, così come si trovano molti sassi con forme di pesci e di altri animali marini. Secondo il buon chierico, queste sono prove certissime del fatto che queste terre furono anticamente sotto al mare, forse nei tempi lontani del Gran Diluvio di cui ci parla anche la Bibbia.
Il canonico mi disse anche che le origini di questa pieve sono assai remote: le antiche carte piacentine affermano che fu fondata cinquecento anni fa, ai tempi del Grande Imperatore Carlo, per volere del nobile Magnus, signore di queste terre.
Il paese è davvero molto grazioso, eppure risulta poco abitato: molte delle sue case sono infatti vuote anche se in buone condizioni, come se fossero state abbandonate da breve tempo… Incuriosito da questo piccolo mistero, ho chiesto lumi al cerusico dell’hospitale di S. Spirito, nel quale ho deciso di pernottare. Con pazienza, egli mi ha spiegato che il borgo fu colpito pochi anni or sono dalla Peste, una terribile malattia diffusa da pulci e topi, e moltissimi abitanti morirono a causa di questo morbo, fino ad allora sconosciuto.
Devo confessare che vorrei trattenermi ancora qualche giorno in questa piccola cittadina, per conoscere meglio il suo Passato, i suoi antichi edifici e la bizzarra natura delle sue colline, un tempo sommerse dal mare biblico. Ma Roma è ancora lontana, e il mio viaggio, con l’aiuto di Dio, deve continuare: domani inizierò la salita verso la Valle di Tolla, e tra poche settimane sarò finalmente in vista della Tuscia.
Sia lode all’Altissimo, ora e sempre.
Articolo di giornale per l'inaugurazione della nuova chiesa di castelletto val tolla (secondo dopoguerra)
Riferimento: Castelletto Val Tolla (Vernasca)
Autori: Federico Busconi, Anna Ziliani
Ispirati dal passato della Val Tolla, un gruppo di studenti ha scelto di approfondire la Storia del borgo di Castelletto. I ragazzi hanno immaginato di essere giornalisti impegnati nella scrittura di un articolo dedicato alla nuova chiesa parrocchiale di Castelletto, costruita nel secondo Dopoguerra.
Inaugurata la chiesa di Castelletto Val Tolla
Il piccolo borgo dell'alta Val d'Arda ha la sua nuova parrocchiale
Castelletto Val Tolla (Vernasca) – Si è tenuta ieri la cerimonia per l’inaugurazione della nuova parrocchiale di Castelletto Val Tolla, che ha confermato e mantenuto l'antica devozione locale a S. Andrea. Questa chiesa è la quarta che viene costruita nel piccolo borgo: la prima fu probabilmente quella di S. Felicita, le cui origini si perdono nei secoli remoti dell'alto medioevo. La figura di S. Felicita era infatti molto venerata dai Bizantini, ed è quindi probabile che il borgo di Castelletto fosse sorto come presidio militare lungo il limes, antico confine fortificato tra i possedimenti bizantini del Parmense e i domini longobardi attestati nel Piacentino.
Il borgo si trovava in origine oltre il Rio Grande, su quello che ancora viene chiamato Poggio della Chiesa, oggi disabitato. Questo primo nucleo fu probabilmente abbandonato in conseguenza di frane e smottamenti, molto frequenti nella valle.
La chiesa fu quindi ricostruita nel XII secolo a sud del Rio Grande, presso il Poggio dei Sorenti, con la nuova dedica a S. Andrea. Stando ai verbali delle ispezioni vescovili, si trattava di un edificio piccolo e semplice, dotato di un cimitero di fronte alla facciata e di tombe all'interno. L'antica chiesa di S. Andrea rimase in piedi fino ai primi anni del secolo XVII: all’epoca, a causa dell'estrema povertà della parrocchia, nessun sacerdote voleva stabilirsi a Castelletto, e la chiesa, ormai molto vecchia e malandata, venne infine demolita. Gli abitanti di Castelletto decisero allora di ricostruire una nuova parrocchiale (la terza) a soli trentacinque passi dalle rovine della chiesa medievale, mantenendone tuttavia la titolazione a S. Andrea. La chiesa seicentesca rimase la parrocchiale di Castelletto Val Tolla fino all’anno 1947, quando venne infine abbandonata a favore della nuova parrocchiale, appena inaugurata nel centro del borgo. La nuova Chiesa di S. Andrea ha una facciata a salienti, tripartita e rinserrata da lesene che al centro reggono un frontone triangolare interrotto. Al centro si apre l'unico portale, sormontato da un finestrone circolare. Sul retro, l'abside semicircolare è forata da monofore a tutto sesto. La canonica si trova sul lato sinistro della chiesa. Le rovine dell’antica parrocchiale secentesca sopravvivono ancora oggi sul Poggio dei Sorenti.
Diario di viaggio dell’architetto Ennemond Petitot in visita a Lugagnano e Veleia (anno 1760)
Riferimento: Lugagnano
Autori: Zoe Zaltieri Castellana, Ismail Mehboub
Riferendosi alla Storia del borgo di Lugagnano e degli scavi di Veleia, il gruppo di studenti ha immaginato che Ennemond Alexandre Petitot, architetto di Corte di Filippo di Borbone, duca di Parma e Piacenza, fosse giunto in visita a Lugagnano e a Veleia nel maggio del 1760, con l’obbiettivo di ammirare e disegnare le antiche rovine emerse dagli scavi della città romana. Di seguito si propongono alcune pagine di un suo diario immaginario.
Anno 1760, giorno 29 maggio, dal borgo di Lugagnano Val Tolla.
Questa mattina sono giunto al piccolo, grazioso borgo di Lugagnano e la mia attenzione è stata catturata dalla presenza di meravigliose montagne scavate dal tempo: i calanchi.
Mi trovo in un territorio davvero magnifico, circondato da colline lussureggianti e da campi invasi da vaste distese di papaveri dai colori vivaci e sgargianti.
Entrato in paese, ho deciso di esplorare le altre bellezze di questo piccolo borgo, noto per il suo mercato e per il commercio.
Camminando a passi svelti, ho percorso la Strada che viene da Piacenza e sono arrivato di fronte alla chiesa dedicata al patrono del paese: S. Zenone.
Mi sono fermato sull'ampio sagrato, per poter osservare l'elegante facciata del tempio; poi sono entrato varcando un grande portone di legno, e a quel punto sono rimasto veramente stupito: non avrei mai pensato di trovare, in un piccolo borgo come questo, una chiesa così bella e ricca di opere d'arte.
Ho attraversato la spaziosa navata e mi sono fermato di fronte al maestoso altare, sul quale erano poggiati un grande calice dorato e due piccole ampolle di vetro contenenti del vino e dell'acqua, che probabilmente erano stati utilizzate durante la celebrazione della Messa, che si era appena tenuta.
Proprio in quel momento ho sentito il rumore cigolante di una porta che si apriva, e dalla sacrestia è spuntato fuori un uomo molto anziano, dai capelli di un bianco candido, che indossava una tunica nera, un po’ sbiadita, legata in vita con una corda sdrucita.
Aveva un'espressione buffa, ma un po' stranita (forse perché non era abituato a ricevere visite), tuttavia subito sul suo viso si è allargato un grande sorriso amichevole.
Dopo aver appoggiato su una lunga panca i pesanti libri impolverati che teneva in mano, mi è venuto incontro a passo lento e con voce rauca si è presentato: egli era Pier Domenico Vincini, Parroco di Lugagnano.
Il Reverendo, con grande pazienza, mi ha illustrato le tante bellezze della sua chiesa, come ad esempio il meraviglioso tabernacolo del Santissimo Sacramento sull'Altar Maggiore, in legno dorato, e la cappella della Beata Vergine, decorata a stucco. Davvero fantastica!
Don Pier Domenico ha accennato, inoltre, ad un sacello situato al crocevia che conduce alle montagne dell'Alta Val Tolla, risalente alla seconda metà del secolo scorso: si tratta dell'oratorio della Madonna del Piano (non mancherò di visitarlo, su consiglio del Reverendo).
Ormai sul far della sera, il sacerdote mi ha invitato a cena per assaggiare i piatti tipici di queste terre. La sua perpetua aveva infatti preparato una deliziosa zuppa di fagioli e la “luganega”, una salsiccia lunga ed affusolata che ricorda la coda di un gatto: secondo la tradizione locale, il borgo di Lugagnano deve il suo nome proprio a questa deliziosa pietanza che mi è stata offerta (non ho mai assaggiato qualcosa di così buono).
Ora però, dopo aver gustato tutte queste prelibatezze, vado a riposare: questa giornata, così intensa, mi ha reso veramente esausto.
Anno 1760, giorno 30 maggio, dal borgo di Lugagnano Val Tolla.
Oggi sono partito assieme al Reverendo signor Parroco alla volta di un'antica città romana di cui si erano perse le tracce da molti secoli: si tratta di Veleia.
Il sacerdote doveva recarsi in quel luogo per celebrare un matrimonio nell’antica pieve di Sant’Antonino, ed io mi sono offerto di accompagnarlo col mio calesse, un po’ per sdebitarmi dell’ottima cena di ieri, e un po’ per la curiosità di visitare gli scavi archeologici avviati solo pochi anni fa per volontà del Serenissimo Signor Duca di Parma e Piacenza: volevo infatti ammirare quelle rovine e trarne spunto per i miei disegni d’architettura, e devo dire che non sono rimasto deluso.
Don Pietro si è presentato con i paramenti matrimoniali, il sorriso sul volto ed un paniere tra le mani.
Notando il mio sguardo perplesso, ha sollevato il lembo del fazzolettone a quadri che spuntava dal cestino: aveva portato il pranzo, è proprio un brav’uomo.
Partiti da Lugagnano, siamo giunti in breve tempo al crocevia dove sorge la Madonna del Piano: si tratta di una graziosa chiesetta con semplice facciata a capanna, preceduta da un piccolo portico aperto sui lati da arcate a tutto sesto.
Alla sua destra si erge un grazioso campaniletto a vela; Don Pietro mi ha detto che è sorta grazie alla generosità della vedova Caterina Nicelli, che ha donato il terreno per la costruzione.
Abbiamo quindi proseguito il viaggio in direzione di Veleia, inerpicandoci su stradine tortuose e scoscese; la nostra conversazione è stata assai gradevole e ricca di divertenti aneddoti fino al nostro arrivo a destinazione. Lasciato il sacerdote ai suoi ministeri, mi sono recato in visita agli scavi: qui ho parlato con le maestranze al lavoro, e ho potuto vedere le vestigia di alcune antiche costruzioni che ho poi schizzato sul mio taccuino.
Sono rimasto davvero colpito dal fascino del luogo e dall’atmosfera che vi regnava.
Poi, stanco e accaldato, mi sono riparato sotto le fronde di una quercia ed ho visto arrivare il viso cordiale del mio amico sacerdote.
Abbiamo consumato una semplice colazione a base di focaccia e salame (devo ammettere che in queste zone i salumi sono davvero meravigliosi), innaffiati da un buon bicchiere di vino rosso; ci siamo quindi riposati un paio d’ore, godendo del paesaggio e dissertando di antichità greco-romane, di cui Don Pietro sembra essere profondo conoscitore.
Infine, sazi e riposati, abbiamo ripreso la strada di casa.
Tornati a Lugagnano il buon sacerdote ha voluto fare tappa all’Oratorio della Santissima Annunziata: si tratta di una piccola ma elegante costruzione del XVI secolo, situata nella pizza maggiore del borgo. Nel raggiungere la chiesetta siamo passati di fronte al cantiere di un bel palazzo ancora in costruzione, detto Palazzo Gandolfi dal nome dei suoi proprietari: un edificio semplice, ma imponente.
Anche questa giornata, intensa e ricca di soddisfazioni, è ormai giunta al termine. Arricchito nelle conoscenze e nello spirito, mi sono infine congedato dal simpatico sacerdote, per dedicarmi alla preparazione dei bagagli.
Domattina tornerò a casa, portando un pezzo di questa terra e di questo paesaggio nel cuore.
Le rovine dell’antico Monastero di S. Salvatore
Riferimento: Morfasso - Monastero/Rabbini
Autori: Alessandro Di Natale, Aurora Gregori, David Solari
Nell’ambito dell’antica Val Tolla, il gruppo di lavoro ha scelto di approfondire la Storia del Monastero di S. Salvatore, nel Comune di Morfasso, presso il borgo di Rabbini. Gli studenti hanno immaginato un racconto che propone una sorta di “ponte temporale” tra l’epoca medievale, quando il monastero era ancora ricco e potente, ed un futuro non troppo lontano, nel quale le rovine dell’antica abbazia saranno riqualificate e aperte alla fruizione pubblica.
Era una fredda e nebbiosa giornata d'inverno.
La foschia impediva la vista, ma con un po' di impegno si riusciva da avanzare lungo il sentiero.
Un giovane camminava timidamente sotto il portico esterno del Monastero del Santissimo Salvatore di Val Tolla: aveva nel cuore il desiderio di diventare monaco. Raggiunse il portone d'ingresso con fatica, poi bussò, con un certo timore. Sopraggiunse allora un monaco, e gli domandò: «Chi sei? Non mi sembra di averti mai visto da queste parti». Il futuro novizio rispose: «Sono un giovane, che nutre il forte desiderio di consacrare la mia vita a Dio, proprio come avete fatto tutti voi».
A queste parole, il monaco di guardia all’ingresso si convinse e fece entrare il visitatore, ordinandogli di presentarsi dall'abate. Il giovane entrò, e, seguendo le istruzioni che aveva ricevuto, percorse un altro portico raggiungendo infine la Sala Magna. Al suo interno vi trovò l'anziano abate, che si preparava per l’udienza; lottando contro la propria timidezza, il giovane decise di presentarsi, chiedendo lumi sulla storia di quell’antico monastero.
L'abate, ben disposto verso quel giovane così devoto e curioso, lo accompagnò gentilmente nel chiostro; e qui, in un’oasi di silenzio e di pace, iniziò a raccontare...
«Questo antico monastero, dedicato al Salvatore, sorse nel VII secolo per volontà di un re longobardo, del quale si è ormai perso ogni ricordo. È infatti questo il destino degli uomini, anche dei più grandi e potenti: tornare nella polvere dalla quale veniamo… Solo la nostra anima, infatti, può aspirare all’immortalità quando segue la luce di Dio. E fu proprio quella luce a guidare l’operato dei primi monaci che giunsero, da terre assai lontane, in questo luogo. All'inizio queste terre erano infelici, abbandonate e povere: gli anziani parlavano addirittura di una grande città dei Romani, perduta e sepolta sotto il fango delle numerose frane che avevano sconvolto e ferito questa valle… I monaci di quest'abbazia scavarono pozzi e canali, piantarono vigne, costruirono mulini e coltivarono i campi, finché queste terre tornarono di nuovo ricche e prospere, e molte persone tornarono a vivere in questa Valle di Tolla».
Improvvisamente la voce dell’abate si affievolì fino a diventare un sussurro lontano: le candele si spensero, e i secoli fuggirono uno dopo l’altro nel buio...
La guida turistica passeggiava con attenzione tra le rovine del monastero, riportate in luce solo pochi anni prima dopo lunghi e attenti scavi: i turisti seguivano il percorso a passo lento, ammirando non soltanto i reperti ma anche il panorama che li circondava. Ad un certo punto l’esperto si fermò: si volse allora verso i visitatori e riprese a raccontare la Storia dell'antica abbazia: «Il monastero di S. Salvatore decadde nei secoli XIV e XV, quando l'antico tracciato della “Via degli Abati”, che passava anche qui dalla Val Tolla, perse importanza a vantaggio della Via Francigena di pianura. L'abbazia di S. Salvatore si impoverì quindi a poco a poco: prima fu trasformata in commenda, poi restò priva di monaci e venne completamente abbandonata alla fine del ‘500. Rimase in piedi soltanto la chiesa, riconvertita alla funzione parrocchiale per gli abitanti dei villaggi e dei cascinali di questa zona. Alla fine dell’800, però, anche questa chiesa venne chiusa e sostituita da una nuova parrocchiale, innalzata nel borgo dei Rabbini».
I turisti, affascinati dal racconto della guida, volsero lo sguardo alle rovine sconnesse del monastero, increduli al pensiero che quelle poche pietre fossero state, secoli prima, una potente e ricca abbazia. Proprio in quel momento, nel fitto del bosco parve quasi di sentire l’eco di una voce anziana, che giungeva da un tempo lontano: «Questo è il destino degli uomini, anche dei più grandi e potenti: tornare nella polvere dalla quale veniamo…» .
Diario dello scultore e lapicida Francesco Boschetti, attivo nella chiesa di Morfasso (1782)
Riferimento: Morfasso
Autore: Luca Andrea Gherghitescu
Ispirandosi al passato della Val Tolla, l'autore ha scelto di concentrarsi sulla Storia del borgo di Morfasso, immedesimandosi nel mastro scultore e lapicida Francesco Boschetti, attivo nel tardo Settecento negli abbellimenti della chiesa vecchia del paese; di seguito si presenta una pagina del suo diario immaginario.
Anno 1782, mese di dicembre, dal borgo di Morfasso, Val Tolla
Il mio nome è Francesco Boschetti, sono un mastro muratore ma a volte mi chiamano professor Boschetti: che onore tale appellativo!
Mi trovo nella chiesa parrocchiale di Morfasso, dedicata alla Madonna Assunta: in questo tempio ho realizzato l’ancona dell’Altare Maggiore, sulla quale ho apposto la data del corrente anno e la mia firma.
Che freddo che fa in questa chiesa! Del resto, siamo in montagna e mancano pochi giorni al Natale di Nostro Signore.
È una chiesa meravigliosa, questa: è stata costruita circa trent’anni fa, allargando e modificando un luogo sacro più antico; oggi è ampia, alta, ha una forma elegante, e va oltre la grazia e il decoro. La chiesa è tutta voltata, ci sono tre belle cappelle per ogni lato; inoltre è dotata di un coro spazioso e ben edificato. C’è anche un pulpito in mattoni con decorazioni in stucco, e sopra la porta maggiore si trova una cantoria; il pavimento è levigato ed è in sintonia con le altre parti.
Le terre e le genti della Val Tolla le conosco bene; otto anni fa ho ricevuto l’incarico di progettare il nuovo altare della chiesa di S. Zenone a Lugagnano: io, infatti, avevo già presentato un mio disegno ai confratelli del Santissimo Sacramento. Due anni dopo ero impegnato nella ricostruzione di quella stessa chiesa: chissà quanto sarà bella alla conclusione dei lavori! Ma penso che dovrà passare ancora qualche anno... In effetti, è proprio questa la principale lezione dell’Arte: la creazione del Bello richiede tempo, e non dobbiamo avere fretta di concludere il nostro lavoro; le opere che realizziamo sono infatti destinate ai posteri, che continueranno ad ammirarle anche quando la nostra vita sarà sbiadita e dissolta. E chi può saperlo… forse un domani lontano, quando anch’io sarò diventato ormai polvere, un’anima buona riconoscerà il mio nome inciso su questo Altare, e, pronunciandolo ad alta voce, per un istante riporterà una fiamma di vita nel mio ricordo.
In fede, Francesco Boschetti
mastro da muro
Lettera di S. Franca da Vitalta ai propri genitori (inizi del secolo XII)
Riferimento: Morfasso - Montelana
Autori: Giulia Nicelli, Luca Andrea Gherghitescu
Nell’ambito dell’antica Val Tolla, il gruppo di lavoro ha scelto di approfondire la Storia del Santuario di Montelana, presso il borgo di Morfasso, sorto sulle rovine di un antico monastero medievale fondato da S. Franca. Gli studenti hanno immaginato una lettera scritta nel secolo XIII da S. Franca ai propri genitori, i nobili e potenti conti di Vitalta. Nella missiva, la Santa racconta la sua vita dopo aver abbandonato le ricchezze abbracciando la vocazione monastica.
Anno Domini 1216, nel giorno di S. Simone
Dal monastero di Pittolo, presso Piacenza.
Riverito Padre e cara Madre,
è la vostra devotissima figlia che Vi scrive.
Io da sempre vissi con Voi, e ancora oggi sento il dolce ricordo del Vostro affetto, ma un altro grande amore ha illuminato il mio cuore e la mia mente: è l’amore per Cristo nostro Signore.
Alla giovane età di sette anni manifestai la volontà di entrare in un monastero; mi ricordo che fui accolta dalle monache benedettine di S. Siro a Piacenza: fu per me un onore poter entrare in quell’antico e nobile luogo sacro, e compresi subito che da quel momento in poi la mia vita sarebbe trascorsa all’ombra del chiostro.
Trascorsi sette anni, ricevetti il velo dal signor vescovo di Piacenza; fui spesso chiamata a collaborare con la badessa Brizia, e dopo la sua morte, nel 1198, io ebbi l’onore di succederle in quel ruolo.
Le stesse consorelle che mi elessero, però, si pentirono di questa scelta, perché mi reputavano troppo rigida nei costumi. La loro ostilità fu assai dura da sopportare, ma la Provvidenza mi diede il conforto di un’amicizia sincera e profonda, facendomi incontrare nel 1212 la giovane consorella Carenzia Visconti: con il suo aiuto nel 1214 fondai, sul Montelana, nelle vicinanze del borgo di “Moldefascio” o “Morfasso”, un monastero femminile nel quale potessi vivere pienamente la mia vocazione, insieme ad altre religiose altrettanto devote. Questo cenobio aderì subito alla Riforma Cistercense, ma non ebbe purtroppo lunga vita a causa dei rigori del clima e delle asperità del luogo, montuoso e isolato. Le mie consorelle ed io ci trasferimmo allora nel villaggio di Pittolo, alle porte di Piacenza, da dove ora vi scrivo.
Piacenza è una città davvero bella, ricca e dinamica, e non posso negare che il suo turbine di vitalità esercita, anche su di me e sulle mie consorelle, un certo fascino. Purtroppo, però, i suoi abitanti vivono nella violenza e nella discordia sociale e politica: con l’aiuto di Dio, io mi sto impegnando per portare la pace tra le varie fazioni in lotta, insegnando ai miei concittadini come vivere in armonia e fratellanza, come Nostro Signore ci insegna.
La mia vita, quindi, non è facile; eppure sento che il mio operato serve a sostenere una causa nobile e giusta: confortata da questa consapevolezza, io mi sento felice, e così spero di Voi.
Vorrei scrivervi ancora tante cose, ma la luce sta scemando ed è giunta l’ora delle mie preghiere serali. Nella trepidante attesa di una Vostra missiva, affido la Vostra salute e il mio amore per Voi alla protezione dell’Altissimo.
La Vostra devotissima figlia Franca
Gli “Ebrei perduti” della Val Tolla (sec. VII)
Riferimento: Rabbini
Autori: Andrea Canali, Francesca L'Astorina
Riferendosi alla storia locale, il gruppo di studenti ha scelto di approfondire l’ipotesi della prof.ssa Carmen Artocchini, che parla di un antico stanziamento ebraico in Val Tolla, dove sopravvivono ancora oggi toponimi come “Rabbini”, “Levei” e “Campo degli Ebrei”. Secondo la studiosa, questi luoghi potrebbero conservare il ricordo di antichi Israeliti fuggiti da Pavia durante le persecuzioni anti-giudaiche compiute dal re longobardo Pertarito (671-688). Nel racconto viene immaginato un drappello di soldati longobardi che giunge in Val Tolla per trovare i fuggiaschi.
All'alba, nei fitti boschi della Val Tolla, il silenzio e la tranquillità vennero inaspettatamente interrotti dal trotto rapido di alcuni soldati a cavallo. Dovevano essere una ventina. Entrarono in quei territori all'inseguimento dei pochi Ebrei fuggiti alcuni anni prima da Pavia. Non erano mai stati in quelle terre: era come cercare un ago in un pagliaio, e al tramonto le ricerche dei soldati non avevano ancora portato a nessun risultato. Il drappello, percorrendo un vecchio sentiero, si mosse lungo la valle fino all'improvviso arrivo della nebbia. I cavalli erano ormai esausti e i soldati infreddoliti e affamati: non si poteva fare altro che trovare un riparo caldo per la notte. Scrutando nella nebbia intravidero alcune piccole luci in lontananza: erano le loro uniche speranze. Galopparono senza sosta nella fitta nebbia verso la fonte di luce più vicina, e una volta arrivati a destinazione videro una vecchia catapecchia che a malapena restava in piedi. I soldati esitarono ad entrare, ma il loro comandante li esortò a bussare, chiedendo cibo e ospitalità per la notte. Le persone che abitavano in quella casupola non si aspettavano di certo l’arrivo di quei soldati, ma li fecero comunque entrare e li sfamarono. Timidamente, uno dei contadini chiese al comandante: «Da dove venite? E perché siete giunti in Valle di Tolla?». Il guerriero esitò a rispondere ma il contadino, sempre più incuriosito, insistette nella domanda. I soldati, resi più cordiali e loquaci dal pasto caldo, tolsero l’imbarazzo decidendo di raccontare tutto. Quei guerrieri erano tutti servitori fedelissimi del re Pertarito, sovrano di tutti i Longobardi: il monarca aveva affidato loro il compito di trovare gli Ebrei che poco tempo prima prima, nella primavera dell’anno 675, erano fuggiti dalla capitale Pavia, rifiutando la conversione cristiana. Il re voleva il loro Battesimo oppure le loro teste. Terminata la cena i soldati, assai stanchi per la loro dura giornata, si addormentarono accampati alla meglio nel camerone dove avevano mangiato. Il mattino seguente, passata la nebbia, il comandante del drappello cercò di orientarsi in quel paesaggio ancora sconosciuto: «Dove ci troviamo?», chiese alla famiglia che lo aveva accolto, «Come si chiamano queste contrade?». I contadini non esitarono a rispondere: «Siete nel villaggio di Rabbini, un piccolo insediamento a poca distanza dal Monastero di Tolla. Se volete proseguire la vostra ricerca, forse i buoni monaci di S. Salvatore potranno aiutarvi. Non c’è cosa o persona in Val Tolla che quei santi uomini non conoscano». I soldati ringraziarono per l’ospitalità e per le informazioni; coperti dalla polvere alzata dai cavalli, i guerrieri lasciarono la villa dei Rabbini, proseguendo poi fino ad uno smottamento che aveva bloccato la strada maestra, impedendo la prosecuzione del viaggio. I soldato decisero così di prendere una strada secondaria e meno conosciuta, con la quale arrivare al Monastero di S. Salvatore per chiedere notizia degli Ebrei. Una volta giunti al Monastero, non poterono fare a meno di notare l’imponenza e la ricchezza di quel complesso religioso, fondato solo pochi anni prima dal venerabile Tobia, un monaco giunto dalle lontane terre della Siria. Quasi intimorito dalla dignità del luogo, il comandante bussò al portone dell'abbazia, rivolgendosi al giovane custode: «Sono Bertulfo, ufficiale scelto di Pertarito, nostro re. Sono giunto in queste terre con i miei uomini, su ordine del nostro sovrano, per trovare gli Ebrei che qui ebbero rifugio alcuni anni or sono: mio compito è convertirli… oppure ucciderli». Il custode non parve affatto sorpreso, e rispose con calma: «Mi ricordo degli Ebrei… giunsero in queste terre quando io ero ancora novizio, e in molti si stabilirono nei villaggi di questa zona. Il borgo dei Rabbini, ad esempio, là sulla collina, prende nome dai loro sacerdoti, detti appunto rabbini». Un lampo di rabbia attraversò gli occhi del comandante, che subito si rivolse furibondo ai guerrieri: «I contadini della scorsa notte! Quelli che ci hanno ospitato…». I soldati parvero non capire, e continuarono a guardare interdetti il loro capo. «Ma non capite?! Il villaggio si chiamava “Rabbini”… quei miserabili contadini erano gli Ebrei che stiamo cercando!». A quel punto, anche i soldati capirono la situazione, e si apprestarono a dar di sprone per tornare al villaggio e procedere all’arresto dei fuggiaschi. Ma proprio in quel frangente, mentre il drappello di soldati stava per andarsene al galoppo, il giovane custode del Monastero li richiamò indietro: «In
quel villaggio troverete solo buoni cristiani…» disse il monaco. I guerrieri lo fissarono senza capire, e quindi il custode continuò il suo racconto: «Nei primi tempi dopo il loro arrivo, gli Ebrei cercarono di vivere separati dai cristiani, conservando le antiche usanze e tradizioni dei loro padri. Ma ben presto le durezze e le avversità della vita nelle montagne li obbligarono a chiedere l’aiuto e il sostegno dei cristiani, con i quali decisero infine di unirsi in amicizia e in matrimonio. Anno dopo anno, quegli Ebrei sono venuti a bussare alla nostra abbazia, volendo convertirsi e dedicando la propria vita a Dio. Noi non potevamo certo lasciare morire di fame i futuri servitori del Signore! Così li abbiamo accolti e sfamati, e da allora li chiamiamo fratelli. Il nostro padre abate è di origine ebrea, ed ebreo è pure il nostro reverendo bibliotecario… così come il nostro fratello speziale… e il padre del nostro attuale campanaro…».
«Va bene, va bene, ho capito, dannazione!», imprecò il comandante longobardo, chiaramente irritato dal fatto che la sua missione si fosse già compiuta prima ancora che lui e i suoi uomini iniziassero il loro viaggio verso la Val Tolla. «Tornerò dal re, e riferirò che gli Ebrei di Val Tolla hanno infine accolto Cristo nei loro cuori…», disse brusco il condottiero; poi fissò la spada, e tornò infine a scrutare torvo le mura del Monastero, dove la sua autorità militare non aveva alcuna giurisdizione. Infine, rassegnato, radunò i suoi uomini e imboccò la strada verso il fondo valle: quella stessa sera, la pace ritornò tra i monti della Val Tolla.
Intervista immaginaria alla Pieve e al Castello di Vernasca
Riferimento: Vernasca
Autori: Cristiano Visconti, Riccardo Eleuteri
Facendo riferimento alla Storia del borgo di Vernasca, gli studenti hanno immaginato un dialogo con l’antica Pieve di S. Colombano, il cui spirito ha rievocato le origini della chiesa e le caratteristiche del castello che fu costruito a sua protezione.
Un giorno d’inverno, sul colle di Vernasca…
Era un freddo e buio pomeriggio di gennaio: l’inverno, quell’anno, faceva sentire tutta la sua forza, e l’intera Val Tolla batteva i denti nella morsa del gelo. I boschi, intorno al borgo di Vernasca, erano cristallizzati dalla brina e i campi dormivano sotto una silenziosa coltre di neve. Certo, il paesaggio invernale aveva un grande fascino… ma due giovani ragazzi del paese, Riccardo e Cristiano, camminando in quella strana natura ovattata avvertivano un forte senso di solitudine. Quasi senza parlare, i due amici percorsero la strada che portava alla sommità del colle di Vernasca, antica sede del Castello, sul quale svettavano il campanile e i resti della Pieve di S. Colombano. In quel luogo, immersi nel silenzio, i due ragazzi rimuginavano sulla loro malinconia; ad un tratto, però, una voce alle loro spalle li fece trasalire: «Perché siete così tristi, di fronte ad un paesaggio così bello?».
La voce era profonda, cavernosa, del tutto diversa da quella di una persona… incredibile a dirsi, sembrava risuonare solo nelle loro menti, quasi che altre persone non potessero udirla. Riccardo e Cristiano si voltarono; videro che non c’era nessun altro, e capirono allora, con profondo stupore, che la voce veniva dai vecchi muri della Pieve e dalle case circostanti: la chiesa, o quel che ne restava, stava parlando con loro!
«Chi sei… o meglio: cosa sei?», chiese a quel punto Riccardo spaventato. «Cosa sono? Strana domanda…», disse la Pieve, quasi ridendo: «Dovresti saperlo, visto che sei di Vernasca. Io sono, o meglio ero, la Pieve di S. Colombano. Da molti anni veglio sul borgo e su questa vallata. Conosco tutti voi, che abitate nel paese, e ho conosciuto tutti i vostri nonni, bisnonni e trisnonni, che furono battezzati qui, nel mio Fonte, molto tempo fa». Cristiano, ancora spaventato, non riusciva a credere alle sue orecchie: «Non è possibile! Stiamo sognando, non può essere vero!». Ma la voce della Pieve gli fece capire che era tutto reale: «Perché dici questo? Non sai che anche i muri hanno una lunga memoria, e possono raccontare la loro Storia ad un animo sensibile? Voi sembrate due ragazzi gentili: il vostro spirito è buono, e disposto ad ascoltare…». Riccardo, a quel punto, prese coraggio, e si rivolse alle rovine della Pieve: «Siamo venuti quassù molte volte, ma in realtà non conosciamo la tua Storia… Sembri molto antica, quando sei stata costruita?». La Pieve parve sospirare, poi rispose alla domanda del ragazzo: «Sono così antica che nemmeno ricordo il giorno in cui fui costruita… Ricordo però che le prime notizie scritte, su di me, risalgono al secolo XII, e in origine ero dedicata alla Madonna. In seguito, la mia titolazione fu convertita a S. Colombano, il Santo abate di Bobbio che era assai venerato anche in Val Tolla». Cristiano, incuriosito, guardò i pochi resti della Pieve, limitati ormai solo all’arco del presbiterio e all’abside maggiore; perplesso, non poté fare a meno di chiedere: «Perché oggi restano così pochi frammenti della tua struttura? Sei stata forse distrutta da un attacco nemico?». La voce della Pieve, a quel punto, si fece più profonda: «No, la mia distruzione non fu causata da invasori nemici. Nell’anno 1014 i monaci di Val Tolla fecero costruire un grande e poderoso castello sulla sommità del colle di Vernasca, appunto con lo scopo di difendere questa zona dalle invasioni dei feroci Ungari. Il castello doveva controllare la valle verso Lugagnano, dove il transito degli aggressori era più probabile. La parte orientale del colle di Vernasca è troppo scoscesa, quindi le fortificazioni sorsero nei quadranti meridionale, occidentale e settentrionale della collina, più esposti ad un eventuale attacco nemico». Riccardo si guardò attorno, ma non vide nessuna torre o muraglia fortificata: «Che aspetto aveva il castello di Vernasca? E perché oggi non ne rimane alcuna traccia?». La Pieve rispose alla domanda del ragazzo: «Il castello circondava tutta la vetta del colle.
L’ingresso era a ovest, e al suo interno si trovavano undici abitazioni, oltre al cimitero; all’interno delle mura c’ero io, la Pieve, e tutto intorno si disponevano altre costruzioni. Tutte le case confinavano con il mio sagrato, che all’epoca era molto più esteso rispetto a quello che vedete oggi». Cristiano aveva ascoltato con attenzione, ma sembrava confuso: «Non capisco: se nessun nemico ha mai attaccato il castello perché oggi non ne rimane traccia? E perché della tua struttura restano solo poche rovine?». La Pieve, con pazienza, rispose: «Ahimè, io e il castello siamo stati aggrediti dalle frane, che fin dal Cinquecento hanno a poco a poco eroso e inghiottito quasi tutta la collina, causando il crollo di molti edifici, delle mura, delle torri… e persino delle mie colonne e navate. Il castello è stato più sfortunato, e non ne è rimasto nulla… io invece ci sono ancora, ma solo in parte: di me restano l’abside e il campanile; accanto esiste l’antica canonica, dove si possono vedere gli affreschi staccati dal mio interno e restaurati nel 1969. La canonica, nella seconda metà del ’900, divenne un asilo per i bambini del paese; ricordo che anche la mamma di Riccardo lo frequentò. Le mie pareti hanno accolto le Messe e le preghiere della gente di Vernasca fino ad un secolo fa, quando venni abbandonata e sostituita dalla nuova chiesa costruita più a valle, laggiù nel paese: gli abitanti, ormai, avevano troppa paura delle frane e temevano che io potessi crollare da un momento all’altro…». La voce della pieve era ormai stanca e flebile; i due ragazzi volsero lo sguardo verso il paese, quasi a ricucire un legame tra le loro case e quelle antiche, lontane memorie che il dialogo con la Pieve aveva risvegliato. Fu solo un attimo, un breve intervallo, ma quando Riccardo e Cristiano si girarono di nuovo verso le rovine della chiesa, la voce profonda e cavernosa con la quale avevano chiacchierato ormai taceva. I due ragazzi attesero qualche minuto, poi, finalmente, ritornarono alle loro case, sentendosi però meno soli, perché lo spirito dell’antica Pieve avrebbe vegliato ogni giorno su di loro.
Lettera del capitano Antonio Boccia a Napoleone, scritta dal borgo di Vernasca (anno 1805)
Riferimento: Vernasca
Autori: Tea Murdjevski, Greta Nazzani, Cristiano Visconti
Nell'antico contesto della Val Tolla, il gruppo di lavoro ha scelto di approfondire la Storia del borgo di Vernasca. Gli studenti hanno immaginato una lettera scritta nel novembre 1805 da Antonio Boccia, capitano dell’esercito napoleonico, allo stesso Napoleone, imperatore di Francia e sovrano delle terre piacentine e parmensi da poco divenute un possedimento francese.
Anno 1805, giorno 2 frimaio (23 novembre),
dalla Pieve di S. Colombano di Vernasca.
Vostra Maestà Imperiale,
sta procedendo il mio viaggio esplorativo in questa alta Valle dell’Arda, che la gente del luogo chiama “Val di Tolla”. Nel corso dei miei spostamenti ho incontrato grandi difficoltà, a causa del clima che mi è stato spesso ostile: il mio percorso è stato infatti rallentato da forti piogge e nevicate.
Da ieri mi trovo a “La Vernasca”, un piccolo borgo popolato da 649 anime, che confina all’intorno con le terre di Vigoleno, di Borla, di Castelletto, di Monastero, e di Lugagnano. Il borgo si dispiega alle falde di un colle che in epoca medievale ospitò certamente un forte castello. Sul colle si trova la Pieve di S. Colombano, nelle cui murature si riconosce una lapide con la data MDXXXV (1535); a me pare tuttavia che la chiesa sia molto più antica: la sua fondazione potrebbe infatti risalire alla stessa epoca del castello che la circondava, e di cui si vedono ancora oggi le rovine sulla sommità del colle.
Alcuni decenni di anni or sono, le forti piogge autunnali causarono uno di quegli smottamenti tanto frequenti in queste zone; l’erosione colpì soprattutto il colle della pieve, causando il parziale crollo dell’antico luogo sacro: la pieve è stata quindi ricostruita con le forme e le dimensioni che io stesso ho potuto osservare, ben più modeste rispetto a quelle originarie.
La popolazione del luogo, assai devota alla sua pieve, chiede al governo della Maestà Vostra denari e licenza per ampliare l’antico edificio, rinforzando inoltre i muri di terrapieno che mantengono stabile la sua collina.
L’indole della popolazione locale è fiera e orgogliosa.
Mi duole tuttavia segnalare che gli abitanti di questa terra, assai povera e infelice, si sentono dimenticati dal governo imperiale, ed esprimono pertanto sentimenti di ribellione e di insofferenza all’autorità Vostra. Il rischio che tale atteggiamento possa sfociare nell’aperta rivolta è dunque assai concreto.
Domattina il mio viaggio proseguirà in direzione del borgo di Castelletto, e da lì seguiranno ulteriori nuove.
Con deferenza, saluto la Maestà Vostra Imperiale.
Antonio Boccia, capitano